Organizzazione
Provincia di Rovigo
in collaborazione con
Il Ponte del Sale

Di Passaggio... in Villa Badoer

Letture dei testi di Sergio Garbato Mostra dei disegni di Gabbris Ferrari

10 e 17 giugno, 15 luglio 2018 ore 18.30
Villa Badoer - Fratta Polesine (RO)

10 Giugno ore 18.30
DI PASSAGGIO 1

Saluti del Presidente della Provincia Marco Trombini
Intervento di Marco Munaro
Letture di Letizia E.M. Piva e Andrea Zanforlin
Marina Pavani e Elena Spremulli, violoncello e violino
Inaugurazione Mostra

17 Giugno ore 18.30
CANTE D’ADESE E PO

Poesie di Gino Piva
Intervento di Marco Munaro - Letture di Stefano Rota
Interventi musicali di Walter Sigolo
e Biancamaria Spalmotto, fisarmoniche

15 Luglio ore 18.30
DI PASSAGGIO 2

Intervento di Marco Munaro
Letture di Luigi Marangoni
Interventi musicali di Marco Schiavon, oboe

La Provincia di Rovigo, in collaborazione con Il Ponte del Sale, vuole ricordare due dei più significativi intellettuali e artisti del nostro territorio: il giornalista, scrittore, musicologo Prof. Sergio Garbato, recentemente scomparso, e l’indimenticato artista e scenografo Gabbris Ferrari. L’occasione sarà, dal 10 giugno al 15 luglio, la presentazione a Villa Badoer di Fratta Polesine, del volume DI PASSAGGIO. Tracce di viaggiatori in Polesine da Dante a Herbert, raccontate da Sergio Garbato e disegnate da Gabbris Ferrari, pubblicato da Il Ponte del Sale.
Verrà allestita negli spazi espositivi della Villa anche una mostra dei cinquanta disegni creati da Gabbris appositamente per illustrare il libro scritto da Sergio Garbato. La mostra resterà aperta fino al 15 luglio.


Dalla bandella di copertina:

Il compito dello storico (che si occupa di ciò che è stato) e del poeta (che si occupa di ciò che avrebbe potuto e potrebbe essere), è in fondo simile, afferma Carlo Ginzburg: «districare l’intreccio di vero, falso, finto che è la trama del nostro stare al mondo». Di questa trama si occupa anche l’amabile novelliere del presente libro, che ricorre spesso all’archivio dell’antiquario o alle testimonianze orali più inedite o improbabili e sempre allo stile, per cercare di definire la natura di un luogo, il Polesine, tra i più sfuggenti.

Il fatto è che un luogo non è mai solo l’insieme delle cose che vi appaiono ma anche e soprattutto delle cose che c’erano e abbiamo perduto e delle loro labili tracce. Attraversato da corsi d’acqua errabondi e appena appena domati, il Polesine è il risultato di un instancabile portare e sottrarre detriti che è proprio della storia in generale e quindi di ogni luogo ma che da noi si presenta quasi a un grado puro di perfezione. Un paesaggio mutevole, lavorato e cancellato dai fiumi e dalla fatica degli uomini, dove le innumerevoli isole hanno in sé ancora la memoria (e la paura) di quando erano acqua.

Che tipo di storia ci propone allora Sergio Garbato? Quella apparentemente curiosa e inutile delle impressioni di viaggiatori illustri che per lo più hanno solo sfiorato nei loro viaggi il Polesine, a volte senza nemmeno rendersi conto, se non poco o nulla, del labirinto che attraversavano e in cui si perdevano. Eppure è proprio quel poco o nulla a riguardarci. Garbato, che avrebbe potuto andare dovunque ed è rimasto invece a Rovigo, scrive qui anche una sua strana autobiografia per interposte persone, maschere, certo, di un suo teatro d’ombre fuggitive. La vasta cultura, che spazia dalla storia alla letteratura al teatro alla musica, l’erudizione ammirevole e dolce sono in lui una forma di corteggiamento delle voci illustri e non illustri che risuonano, in quanto voci, nei movimenti del tempo rappresentato, con un linguaggio che si avvicina alla cronaca del vissuto e tocca perciò l’impalpabile trapassare dell’esistenza nel romanzesco o nel sublime. Un libro aperto, anche, che aspetta altre novelle, la novella di Leibniz a Badia Polesine o del giovane Rebellato a Rovigo o quella di Montale al faro di Pila, e che intanto ci intrattiene dall’ultima luce di San Basilio (Dante) al saluto dalla stazione di Herbert in una serie di ritrovamenti «fossili» che dicono di noi qualcosa di irrinunciabile.

Se la tenerezza e il fascino e una inquietudine sottile si insinuano di continuo nel sapiente racconto di Sergio, il libro è anche il controcanto ora ironico ora drammatico e divertito o dissacrante di Gabbris che disegna nel libro un suo secondo libro: una sorta di «opera», nell’accezione musicale del termine, allegra per rapidità e freschezza. Lo fa con segni altrettanto sapienti, e colori che si accendono o incupiscono non a caso nel ritrarre personaggi come Ruzante o Goldoni o Goethe o Byron o Benedetti Michelangeli o Callas ma ha anche invenzioni di alta astrazione lirica come nel suo stupendo omaggio alla Rovigo romantica di Gautier o a quella fiabesca di Marin Sanudo. Da quanto sognavamo questo libro? E ora, eccolo.

Marco Munaro

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